Una vita da precari. Quali sono le conseguenze emotive e relazionali? E come fare per aiutarsi?

Una situazione difficile quella italiana, in tema di occupazione e lavoro, fatta di contratti che scadono, occupazioni provvisorie e mal retribuite, scarso riconoscimento di meriti, difficoltà a programmare il proprio futuro non oltre i dodici mesi, nella migliore delle ipotesi.

Paradossalmente l’instabilità lavorativa da oltre quindici anni sembra essere l’unica prospettiva e garanzia solida.

Che il lavoro in Italia non rappresenti più un diritto, ma un lavoro a qualsiasi condizione, è l’unica certezza che coinvolgente un gran numero di persone.

Due generazioni intere di giovani lavoratori non hanno mai conosciuto un lavoro stabile e dignitoso.

Nella situazioni migliori la famiglia si è sostituita allo stato garantendo le risorse emotive ed economiche necessarie ai propri figli.

Laddove non è stato possibile, per molti si è tradotto in un vero e proprio mal di precariato con conseguenze in tutte le sfere dell’esistenza.

Sono impegnata da oltre dieci anni nella diagnosi e terapia dei principali modi con cui si manifesta il disagio psichico.

Ho iniziato a lavorare quando l’Italia era nel pieno della crisi economica. Faccio parte di quella “generazione di giovani” diventata adulta nell’incertezza lavorativa che continua a lavorare nonostante tutto.

Pertanto, quelli relativi al lavoro, al precariato e alle conseguenze emotive sul piano dell’esistenza sono temi molto cari a me, dei quali mi sono occupata spesso.

Con molta amarezza noto che, tra referendum e crisi di governo la situazione non è cambiata, perché una nuova generazione di giovani, quella successiva alla mia, vive lo stesso scenario.

Giovani che sostituiscono altri giovani nell’impossibilità di poter realizzare un progetto di vita secondo le proprie aspettative.

“Voglio lavorare ma devono anche mettermi nelle condizioni di poterlo fare…” poche parole ma incisive di un mio giovane paziente di trent’anni.

Ma cosa significa lavorare da precari? Cosa vuol dire convivere per molto tempo con l’instabilità e l’incertezza lavorativa?

Lavorare da precari significa vivere da precari. E questo a lungo andare si traduce in una grande fatica emotiva e relazionale.

Quando il lavoro non offre tutele, garanzie e prospettive adeguate non è possibile programmare il futuro e vivere secondo le proprie aspettative.

Significa rimanere bloccati nel presente in una continua negoziazione con le emergenze quotidiane.

La sensazione pervasiva è quella di una costante preoccupazione che a lungo andare si traduce in stanchezza ed umore depresso.

Cambiare spesso lavoro, intervallati da periodi di disoccupazione, vuol dire cambiare luoghi e nuclei sociali di riferimento, abituarsi a nuovi contesti, rinunciare ad una divisone regolare dei tempi di lavoro, rivedere continuamente se stessi ed il proprio futuro.

La conseguenza è che le relazioni, gli affetti i sentimenti diventano precari.

Se poi viene meno una prospettiva futura, e nel contesto sociale in cui si vive non ci sono risorse emotive sufficienti, il rischio è quello della depressione.

Nei giovani si rallenta il costituirsi di un’identità solida e stabile: non sanno bene chi sono e cosa faranno.

Nei meno giovani, rimane l’amarezza, nelle migliore delle ipotesi, di condurre una vita poco dignitosa e non linea con le proprie aspettative.

Cosa si può fare?

La premessa per cambiare è prendere atto che in Italia è inverno profondo da troppo tempo.

Cercate sempre l’alternativa anche se difficile e complicato, non cercate negli stessi posti e tra la stessa gente perchè se non l’avete trovata vuol dire che non c’è.

Muovetevi non rimante dove siete! Intensificate i rapporti sociali, frequentate persone nuove, chiedete aiuto, non rimante soli, parlate con chi ritenete sia in grado di ascoltare.



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